Le tombe dei glossatori

di Simona Zagni

In pieno medioevo la città di Bologna inventò un modo tutto suo per commemorare i primi professori della sua Università, la più antica d’Europa. Lo fece innalzando in loro memoria dei sepolcri monumentali: le tombe dei glossatori, che furono edificate nella seconda metà del XIII secolo nei pressi delle chiese di San Domenico e San Francesco. Qui trovarono sepoltura alcuni tra i più celebri maestri di diritto, cui la città doveva il suo prestigio culturale[1]. Il nome glossatori, con cui oggi li ricordiamo, deriva dalla pratica di apporre delle note, appunto, le glosse, nel testo del Corpus Iuris Civilis, su cui si fondava l’insegnamento del diritto.

Passeggiando per Bologna è difficile non notare questi mausolei, perché costituiscono un unicum all’interno dello scenario urbano bolognese. Tutti e cinque i monumenti presentano la medesima struttura: si compongono di un alto basamento che regge una cella funeraria con al centro il sarcofago e si concludono con un singolare elemento a piramide.

Al momento della loro edificazione, i sepolcri dei glossatori segnavano uno spazio urbano non ancora abitato dalle strutture universitarie. A quell’altezza cronologica lo Studio, ovvero l’insieme delle scuole di diritto, non possedeva edifici propri e la didattica era disseminata per la città; si faceva lezione un po’ ovunque: nelle chiese, nei palazzi comunali, nelle case dei professori, sotto ai portici, in strada. Fu solo dopo la costruzione dell’Archiginnasio (1562 ed il 1563) che l’insegnamento universitario ebbe la sua prima sede unitaria.

Onorando la memoria dei suoi maestri, la città celebrava se stessa quale sede elettiva della riscoperta del diritto romano e luogo di elaborazione di una cultura nuova. Il mito della docta Bononia trovava così la sua più concreta e monumentale rappresentazione nei mausolei, che tracciavano gli inizi di «un museo delle glorie universitarie»[2].

Agli albori dello Studium, i maestri erano figure itineranti che spostavano continuamente la loro scuola da una città all’altra, portando con sé i propri discepoli. Fu nel corso del XIII secolo che i professori si radicarono progressivamente in città e diventarono i rappresentanti di un’élite intellettuale, che operava a stretto contatto con la vita politica, sociale ed economica del comune. Alla dimensione di studioso e insegnate, si associò dunque quella di esponente di un ceto privilegiato. Nel contesto bolognese, erano i maestri di diritto a godere di maggior prestigio: la loro affermazione, confermata dagli alti salari a loro riservati, dipendeva dal primato che la scientia iuris deteneva nella cultura universitaria e nella considerazione pubblica.

Lo spazio sociale che avevano occupato in vita, si fece così spazio civile e monumentale alla loro morte. Nelle loro tombe si coglie, da una parte, la pietas religiosa e il ripiegamento spirituale cui era spinto il cristiano all’approssimarsi della morte[3]; dall’altra, esse lasciano trasparire la volontà, del tutto umana e laica, di lasciare una traccia di sé e dell’honor acquisito in vita. Ma il Medioevo concepiva la vita in funzione dell’aldilà e la ricerca di gloria terrena provocava profonde lacerazioni interiori, che apparivano insanabili all’approssimarsi della morte, quando si rendeva necessaria la richiesta di perdono a Dio. È alla luce di tali lacerazioni che si può spiegare il senso di “espiazione penitenziale”[4] delle tombe, la cui costruzione fu accompagnata o seguita da testamenti che restituivano alla Chiesa grandi ricchezze, non proprio accumulate nel rispetto dell’etica cristiana.

Veniamo ora alla tomba del potentissimo notaio bolognese Rolandino de’ Passeggeri (1215 circa – 1300). Questa si trova nel sagrato di San Domenico, dove fu costruita tra il 1300 e il 1306, ed è l’unico dei monumenti dei glossatori a non essere stato voluto dal defunto (che nel suo testamento chiedeva una semplice sepoltura nei pressi della chiesa) o dalla sua famiglia, poiché egli non ebbe eredi diretti. Fu la società dei notai che volle onorare la memoria del suo massimo rappresentante con un monumento, che celebrasse al tempo stesso l’intero ceto notarile, che con Rolandino aveva raggiunto l’apice del suo potere politico e sociale. La società dei notainon fece mai mancare le sue attenzioni al monumento, dove tra il 1581 e il 1685 furono inumate le spoglie di altri cinque correttori del Collegio dei notai. L’ininterrotto rapporto con la congregazione notarile e la fama post mortem di Rolandino, il cui ricordo trasfigurò presto nel mito, giocarono un ruolo determinante nel preservare il mausoleo da alterazioni che potessero alternarne l’aspetto originario.

La novità maggiore del monumento è però costituita dall’arca funebre. Tutte le urne dei precedenti monumenti presentano infatti motivi geometrici e meramente decorativi. Solo quella del Passaggeri mostra su un lato il tradizionale gisant, la figura del defunto giacente che nel riposo della morte attende la resurrezione; mentre sulla parte opposta, esibisce una più complessa scena di scuola, che raffigura Rolandino nell’atto di fare lezione ai suoi discepoli. Se quello del gisant era ormai un motivo tradizionale, era invece la prima volta che una simile scena di scuola appariva in scala monumentale. [Per via della forte consunzione, i rilievi del maestro e degli studenti appaiono oggi piuttosto sommari; eppure, essi conservano intatta la forza dell’immagine. Si può ancora cogliere l’attitudine ieratica del professore che dalla sua cattedra sentenzia ispirato di fronte ai suoi quattro discepoli. Questi, inginocchiati sulle ampie vesti e seduti su piccoli panchetti, ascoltano la lezione chini sui loro libri; solo l’ultimo della fila, drizzata la schiena, guarda in direzione del suo maestro e ne emula le movenze. Sull’altro lato, composto nella serenità della morte, giace Rolandino: il suo corpo si appiattisce rigido ed è percorso dalle profonde pieghe della veste; solo il capo, il collo e le mani spiccano dall’ampio mantello]. Si ricordi che in vita, l’operato di Rolandino aveva sconfinato nel politico in forme militanti, più di quanto avessero mai ammesso le reciproche convivenze tra il potere universitario e quello civile. Era un fervente sostenitore della parte guelfa e aveva guidato i violenti scontri tra guelfi Geremei e ghibellini Lambertazzi che nel 1274 avevano infiammato Bologna. Per un uomo di parte come lui, largamente contrastato in vita e assai discusso anche dopo la morte, si poneva la necessità di trovare una formula celebrativa che assicurasse il consenso cittadino. La società dei notai risolse il problema attraverso l’escamotage della scena di scuola: Rolandino veniva così consegnato alla memoria cittadina quale uomo di cultura e non come l’uomo politico che era stato in vita. Nell’arca funebre il ruolo di maestro che aveva ricoperto in vita sembra quasi legittimare lo stato di beatitudine di lui defunto sul lato opposto. È l’attività intellettuale e didattica a elevarlo e, in ultima istanza, a salvarlo.

L’essenzialità di questa scena contribuì a farne un modello e ben presto essa divenne il motivo ricorrente delle successive tombe dei professori, che di lì a poco sarebbero sorte nelle principali chiese cittadine. Al radicamento del ceto dottorale in città, corrispose dunque lo sviluppo di una nuova iconografia funeraria di carattere laico e profano, che contraddistinse la scultura bolognese per quasi due secoli. Da quel prototipo che il mausoleo di Rolandino aveva mostrato per la prima volta agli inizi del Trecento, fino alle ultime realizzazioni cinquecentesche, il tema venne sviluppato con eccezionale varietà, secondo modalità sempre più inventive. In alcuni casi, si diede maggior rilievo al ruolo del maestro in cattedra, altre volte invece si diede più spazio agli studenti, resi con quell’ironia che è tipica del gotico bolognese; ma lo schema, che i documenti dell’epoca fissarono nella formula «ad modum doctoris», era sempre quello abituale. La prosperità di quel motivo coniò l’immagine con cui la dotta Bologna identificò se stessa e la propria tradizione culturale, che aveva fatto della scientia iuris e del sapere il fondamento di una nuova società civile.


[1]      Le tombe furono erette rispettivamente ai giuristi Odofredo (1268 circa), Rolandino de’ Romanzi (1285), Egidio de’ Foscherari (1289 circa), Accursio (ante 1293) e Rolandino de’ Passaggeri (1300-1305 circa); in una successione cronologica che è tuttavia ipotetica e che non possiamo stabilire con certezza.

[2]      Grandi R., I monumenti dei dottori e la scultura a Bologna (1267-1348), Bologna, 1982, p. 34.

[3]      Si veda Bertuzzi R., Honor e pietas nei monumenti funebri dei dottori bolognesi tra XII e XV secolo, in Studia, studenti, religione, Verona, 2009 (Quaderni di storia religiosa, 16), pp. 175-196 p. 177.

[4]      Grandi R., I monumenti dei dottori… cit., p. 34.