(Finito e Infinito, Blog di Francesco Campione)
Commento ad un articolo di Massimo Recalcati
Ci siamo chiesti qualche giorno fa dove fossero finiti gli psicologi di fronte al nuovo protagonismo delle guerre e hanno invece battuto un colpo di fronte all’ultimo femminicidio.
Mi assumerò arbitrariamente il ruolo di avvocato del diavolo e mi insinuerò nei dettagli dell’intervista a Massimo Recalcati pubblicata su La Repubblica di domenica 26 novembre e riprodotta di seguito.
Commento
I risposta di Recalcati :
“Il mito del nostro tempo è quello de succeso individuale. Si tratta di un nuovo imperativo che rende impossibile l’esperienza del fallimento.Chi corre piano o che cade è tagliato fuori. Si tratta di un vero e proprio culto della prestazione e del perfettismo.Subire il rifiuto di una ragazza significa rifiutare i propri limiti, che non si può essere tutto nè avere tutto. Significa accettare una sconfitta delle proprie aspirazioni. Per questo a volte il ricorso alla violenza sostiutisce la dolorosa constatazione della propria insufficenza. E’ una tendenza del nostro tempo : rifiutare l’ostacolo, la perdita, il fallimento, il dolore”.
Perché quello del successo individuale sarebbe un mito da sfatare e non un’aspirazione legittima che rende giustizia alla valorizzazione dell’unicità e insostituibilità della singola persona? Non gridiamo indignati e a ragione all’ingiustizia ogni volta che i meriti individuali non vengono riconosciuti o sono misconosciuti? Se si volesse sostenere che il bene vero sta nel successo collettivo,bisognerebbe dimostrare che ci accomuna tutti qualche valore condiviso che in un mondo di interessi in conflitto non sembra facile da scorgere.Ma Recalcati sostiene invece che la conseguenza erronea del mito del successo individuale sarebbe “il culto della perfezione e del perfettismo” che essendo noi tutti imperfetti, ci condannerà necessariamente ad incontrare sulla strada del successo individuale l’esperienza dell’ostacolo,della perdita, del fallimento e del dolore. Forse che se perseguissimo il successo collettivo potremmo evitare queste esperienze negative perché uscire dall’individualità ci renderebbe più perfetti? Forse che tutti i perfezionamenti che desideriamo tutti insieme sono più realistici di quelli che cerchiamo individualmente? Il secolo che abbiamo alle spalle è stato il secolo dell’utopia socialista(dal nazionalsocialismo al socialismo in un solo paese all’ internazionalismo) e non ha prodotto minori fallimenti e meno dolore dell’era individualista che stiamo vivendo
Sospetto che in ogni caso non sia perché desideriamo essere perfetti che falliamo, ma perché ci illudiamo di potere realizzare concretamente i desideri di perfezione. Se così fosse non dovremmo insegnare ai ragazzi che non si può avere tutto ma dovremmo dir loro anche che fanno bene a non smettere di desiderare la perfezione anche se non potranno averla. Non si può avere tutto il bene(Il BENE) ma se non avranno una pietra di paragone che classifichi i beni particolari in base alla vicinanza col desiderio di perfezione, i beni particolari avranno tutti la stessa legittimità e saranno autorizzati a combattersi per prevalere gli uni sugli altri.Ha ragione quindi Recalcati quando dice che è sbagliato rifiutare i fallimenti, ma ha torto quando sostiene che bisogna accettarli.C ‘è infatti un modo per uscire da questa alternativa tragica e consiste precisamente nel non accettare i fallimenti perché negano i desideri di perfezione e, al tempo stesso, nel non rifiutarli perché negano la realtà dell’imperfezione. L’alternativa è sopportarli per il tempo necessario , come può fare solo chi non rinuncia a desiderare il Bene( la perfezione) anche quando un bene particolare( il bene imperfetto che di volta in volta si vuole raggiungere o come persone singole o come collettività)non si può raggiungere. In assenza di una tale alternativa gli insuccessi e i fallimenti e le perdite e il dolore,si potrà dire di accettarli ma,come sa ogni psicologo, per poterli accettare bisognerà riuscire a non pensarci troppo ricorrendo a palliativi e distrazioni che creano dipendenza e prima o dopo diventano droghe illusorie. La via della sopportazione, che è la via della pazienza oggi così screditata, consentirà di aspettare i cambiamenti che il tempo può apportare e come spesso si constata ciò che sembrava impossibile diventa almeno in parte possibile dimostrando la saggezza della sopportazione e della pazienza.Non si può avere tutto ed essere tutto, ma se si mantiene il desiderio della perfezione nel tempo e intanto si sopporta ciò che tocca sopportare per il tempo necessario, si potrà reggere e al tempo stesso, talvolta, scoprire che non rinunciare alla perfezione lascia aperta nel tempo la possibilità del perfezionamento.
II. risposta di Recalcati
“Il narcisismo dei figli è sempre un prodotto di quello dei genitori. Oggi una delle angosce più diffusa tra i genitori è quella di tutelare i loro figli proprio dal rischio del fallimento della caduta. Questo non aiuta i figli ad assumere la responsabilità delle loro parole e delle loro azioni. E , soprattutto, a comprendere che proprio attraverso la caduta e il fallimento che la vita dei nostri figli acquista una forma effettiva. Sono gli adulti responsabili di non trasmettere ai figli il senso della legge, ovvero che non si può essere tutto, avere tutto, sapere tutto, fare tutto…”
I genitori,dice Recalcati, dovrebbero educare i figli ad “assumere la responsabilità delle loro parole e delle loro azioni e soprattutto a comprendere che è proprio attraverso la caduta e il fallimento che la vita dei nostri figli acquista una forma effettiva”.Come dire che per riuscire a gestire,ad esempio, il rifiuto amoroso bisognerebbe insegnare ai figli che si devono assumere la responsabilità di quello che possono dire e fare anche in termini di violenza quando lo rifiutano, e accettarlo per non fare ciò che non si deve fare(reagire violentemente al rifiuto). “Vorrei ucciderti ma non si fa perchè credo a chi me l’ha insegnato e non gli posso dire di no perché gli farei del male, e poi non si fa anche per le conseguenze tragiche per la mia vita stessa(potrei andare in galera).Non lo posso fare e quindi lo accetto”.
E se invece, più correttamente, la responsabilità che bisogna insegnare non è solo una responsabilità per sé( per ciò che si dice e si fa,come si pensa oggi) ma anche una responsabilità per l’altro? Se rifiuti il mio amore e mi rendo responsabile (abile della risposta) per ciò che mi appartiene(le conseguenze del dolore che sento o della rabbia,etc.) non posso fare altro che obbedire ad una norma morale(esistente fuori di me cioè mediata dai chi mi ha educato o dentro di me cioè per averla fatta mia).Se invece mi rendo responsabile(abile a rispondere) per ciò che riguarda l’altro( la libertà di accettare o rifiutare il mio amore perché si sente o non si sente amore per me a propria volta) non sarà a partire da ciò che sento in me(rabbia,dolore,etc.) che reagirò ma a partire da ciò che l’altro sente o non sente per me.
“Perché dovrebbe amarmi, se non mi ama? Se dicesse sì al mio amore non amandomi, sarei meno addolorato ma mi chiederei: perché dice di sì al mio amore qualcuno che non mi ama? Io vorrei che mi amasse a sua volta e non solo che dicesse sì al mio amore per qualche suo motivo, ad esempio per non farmi del male”.
Questa concezione della responsabilità è quella che bisognerebbe insegnare in una delle forme di educazione sentimentale che si prospettano. Perché non si basa su una disciplina di sè derivante dall’obbedienza ad una legge o dal timore delle conseguenze dei miei atti, vale a dire sul far prevalere un male minore( il male minore dell’accettazione del rifiuto sul male maggiore della trasgressione della legge e del proprio benessere). Ma fa scoprire una dimensione importante del proprio valore, perchè solo quando mi assumo la responsabilità verso ciò che mi tocca in esclusiva(mi tocca in esclusiva vivermi il rifiuto d’amore) raggiungo il massimo del mio valore.
Non quindi accettare il rifiuto per avere una forma effettiva, un’identità modellata dalla legge a cui obbedisco,per essere come bisogna essere rispetto ad una norma, ma sopportarlo per sentire e realizzare la propria insostituibilità.
III. risposta di Recalcati
“… da sempre gli uomini che odiano le donne sono uomini che non sopportano la loro libertà…
L’ideologia del patriarcato si è retta su questo principio repressivo di fondo: negare sistematicamente la libertà delle donne. Non a caso Adorno ed Horkheimer assimilavano la libertà delle donne alla libertà dell’ebreo. C’è qualcosa di insopportabile, di intollerabile nell’una e nell’altra .Sono il rimosso dell’Occidente. Per questa generazione specifica di maschi il problema si è complicato, almeno per un verso, perché riconoscere di non essere tutto per l’altro è una ferita narcisistica insopportabile. Ma non dobbiamo dimenticare che al fondo di ogni narcisista c’è il buio della depressione. Non è tanto l’invidia ad aver spinto Filippo ad uccidere, ma la frattura di un legame che per lui costituiva la sola salvezza possibile dal buio della depressione. Una rottura che avviene in due tempi: il primo è quello nel quale Giulia dichiara la fine del suo amore, il secondo quando si approssima a discutere la sua tesi di laurea. Sono due fratture irreversibili inflitte all’ideale della coppia simbiotica.”
E’ vero, Filippo forse aveva stabilito con Giulia un legame simbiotico,cioè con un grado insufficiente di separazione da lei(dove sarebbe l’individualismo?) perché,come dice Recalcati, “al fondo di ogni narcisista c’è il buio della depressione” e quando Giulia se n’è andata non ha retto e voleva uccidersi. Ma perché non l’ha fatto e invece ha ucciso Giulia? Perché l’amore di Giulia che era tutto rivolto ai suoi bisogni era un antidepressivo , perché era l’amore di Giulia per lui che suscitava l’amore suo per Giulia, perché non era cresciuto abbastanza da sentire che l’amore, come dice Levinas è “anteriore”, l’amore dell’amante viene prima dell’amore dell’amato e non è da questo determinato, come è invece finchè siamo bambini, cioè finchè abbiamo bisogno che l’amato sia tutto per noi.
IV risposta di Recalcati
“Non servirà certo introdurre nelle scuole un’ora di educazione affettiva, sessuale o sentimentale…
“Il rispetto per l’altro e, in particolare, per le donne non è una materia specialistica come lo sono la chimica o la letterature. Sarebbe come pensare che per costruire buoni cittadini sia sufficiente un’ora di educazione civica alla settimana. La cultura del rispetto della differenza avviene innanzitutto nelle famiglie e nella scuola. Sono la famiglia e la scuola i due principali educatori con il compito di alimentare nei nostri figli la cultura del rispetto della differenza: la testimonianza dal lato della famiglia che possano esistere relazioni ispirate dalla cura e dall’accoglienza e la cultura dal lato della scuola come antidoto nei confronti della violenza”.
Qui Recalcati trascura il fatto che prima di poter educare la famiglia e la scuola al rispetto della differenza, alla cura e all’accoglienza e al rifiuto della violenza dovranno a loro volta essere educate. Non basta quindi dire, come dice Recalcati che bisogna distinguere tra istruzione (qualche ora di educazione sessuale o sentimentale) e una vera educazione che consista , come si intuisce, nell’educare attraverso l’esempio.
In entrambi i casi infatti non si può istruire senza essere istruiti e non si può dare l’esempio senza saperlo dare. Manca quindi , come in tutte le proposte che circolano oggi la considerazione che le famiglie e la scuola reali prima di assolvere il compito difficilissimo che viene loro assegnato, dovrebbero essere preparate a farlo , dato che per le loro tante crisi è improbabile che siano in grado di farlo. Ma chi dovrebbe educare le famiglie e la scuola perché siano preparate nell’educazione dei figli?
Sarebbe un’occasione preziosa per affrontare senza ipocrisie la crisi della cultura a cui apparteniamo che non sa educare le nuove generazioni perché è immersa in una profonda crisi senza che siano alle viste alternative ed orizzonti , come non si vedono alternative alla crisi del patriarcato alla quale si sa rispondere soltanto condannando l’effetto nefasto della violenza sulle donne senza proporre un nuovo modo di costruire il rapporto tra i sessi.
L’idea mia è che possa essere convincente la proposta di Levinas , secondo la quale perchèl’amore personale funzioni è necessario amarsi prima come esseri umani. Se così fosse crescere significherebbe per tutti accedere alla possibilità dell’amore “anteriore” e dovremmo collaborare tutti insieme per accedere a questa possibilità che è in realtà quella dell’amore disinteressato.
Non sarebbero quindi né la scuola, né la famiglia a dover attuare l’educazione sentimentale, né sarebbe giusto seguire Platone quando dice che è allo Stato e ai filosofi che lo guidano che bisogna affidare l’educazione dei fanciulli.Forse dovremmo solo sentire la responsabilità di educarci tutti insieme all’amore umano prima che all’amore biologico e a quello personale, cioè a far prevalere nell’amore l’amore dell’altro sull’amore di sé, a far prevalere l’amore disinteressato sull’amore egoistico che ne gode e prima o dopo lo distrugge.
Francesco Campione
