di Francesco Campione


Trattatello sull’amore scritto nel giorno (25/11/2018) dedicato a combattere la violenza sulle donne.
Si amano e se lo dicono.
Lei vuole stare solo con lui e glielo dice:
“Sono tua,prendimi”.
Lui vuole solo Lei e la corrisponde dicendo:
“Sei mia, ti voglio”.
Sono femmina e maschio di una specie animale bipede: la perfetta preda e il perfetto cacciatore.
Sono felici e figliano,ma il tempo passa e le cose possono cambiare.
Lei dice ai figli:”Sono vostra madre”,e non vuole più stare solo con lui.
Lui non è più il suo Re e le dice:”Non sei più solo mia, non ti voglio più”.
Lei ha bisogno di un padre per i suoi figli e per se stessa e non vuole più un padrone.
Lui non la sente più sua e ha nostalgia di quando era solo sua.
Le cose cambiano, la vita cambia le cose.
Col tempo Lei capisce che se appartiene solo a lui non può sentirsi se stessa, e comincia a pensare che deve liberarsi e non appartenere a nessuno.
Lui si sente umiliato , non le riconosce il diritto di liberarsi e la minaccia di morte per costringerla a non andarsene.
Lei resiste e lo denuncia, ma lui non può cedere e piuttosto che perderla la uccide,così non sarà di nessun altro.
Chi è responsabile di tutto questo?
Lei che prima si è fatta possedere e poi, quando non c’è stata più bene,ha voluto liberarsi senza pensare a lui?
O lui che non ha saputo o potuto lasciarla andare sopportando la perdita della preda più preziosa della sua vita di cacciatore?
Sono entrambi responsabili ma nessuno dei due è colpevole.
La colpa è dell’amore animale che li ha legati.
La colpa è dell’amore che rende la preda schiava felice del cacciatore e il cacciatore padrone felice di possedere la sua preda.
Quando la femmina si vuole liberare per diventare donna,cioè padrona di se stessa ,senza essere posseduta, pretende di poter uscire dalla giungla senza essere aiutata dal maschio e senza averlo prima aiutato a diventare uomo,cioè a sentirsi padrone di se stesso senza bisogno di possedere un altro.
Ma nella giungla ciò non è possibile:nella giungla,quando una femmina e un maschio si incontrano, ogni vuoto vaginale deve essere riempito e ogni pieno fallico deve riempire;nella giungla ogni preda desidera un cacciatore e ogni cacciatore una preda.
E tutto continua così finchè entrambi ne godono.
Il primo dubbio d’insinua quando la femmina posseduta si sente schiacciata dalla forza del suo padrone e si divincola. Il maschio padrone capisce che la sua schiava vorrebbe scappare o essere posseduta da un altro maschio e la violenta.
La femmina allora immagina un luogo dove farsi possedere da chi si vuole e il maschio si figura un luogo in cui la femmina non scappa mai.
Ma nella giungla non si può né essere liberi dall’altro,come sogna la femmina, né sicuri dell’altro come sogna il maschio.
I destini della femmina e del maschio si separano:la femmina, per diventare donna e sentirsi libera, chiede aiuto ad altre femmine nelle stesse condizioni di schiavitù e si allea con loro contro i maschi;il maschio,per diventare uomo e non temere il rifiuto della femmina, chiede aiuto ad altri maschi e si allea con loro contro le femmine.
La prima volta che escono veramente dalla giungla(perché sono donna e uomo e non più maschio e femmina) è quando scoprono che donne uomini, a differenza delle femmine e dei maschi,si possono unire tra “simili” e godere ugualmente le gioie del sesso.
Ora la donna che ama un’altra donna o un uomo “simile” a lei,è posseduta da un altro se stesso che può andarsene quando vuole.
Ora l’uomo che ama un altro uomo o una donna “simile” a lui,possiede un altro se stesso che può sostituire quando vuole se se ne va.
E’ nata la civiltà in cui viviamo!
Ora amare vuol dire un’altra cosa:non vuol dire più, come nella giungla, che la preda desidera un cacciatore(senza mai sapere quale cacciatore le toccherà),e il cacciatore una preda(senza essere mai sicuro di averla presa).
Ora nell’amore non domina più l’animale:perché ora la femmina è donna e potersi accoppiare col “simile” le consente di scegliere da chi essere scelta;ora il maschio è umano e potersi accoppiare col “simile” gli consente di sostituire chi ha scelto quando questi sceglie di non voler più essere scelto da lui.
Da “simili” si può figliare, anche quando la somiglianza è quella tra maschio e maschio o tra femmina e femmina grazie ai progressi tecnici della Civiltà che non costringe più lo sperma e l’ovulo ad incontrarsi per una sola via.
C’è un solo problema nella’amore tra “simili”,che è un amore tra anime “prima” di essere un amore tra corpi:si ama chi si è scelto,chi si è assimilato a sé,si ama negli altri ciò che fa sentire se stessi,si ama se stessi.
Ora quando l’amato ti lascia o muore ti lascia a te stesso senza confermarti con la sua presenza esterna nel tuo modo di essere interno.
Ora quando l’altro non c’è più restiamo soli con noi stessi e più che rischiare di uccidere rischiamo di ucciderci. La donna perché ha scelto un uomo che non la sceglie,l’uomo perché non viene scelto dalla donna da cui ha scelto di farsi scegliere.
Chi è responsabile di questo esito?
La donna che ,nell’amore, vuole essere prima libera e se stessa e poi sicura dell’uomo ,o l’uomo che vuole prima essere prima sicuro della donna e poi libero e se stesso?
Sono entrambi responsabili ma nessuno dei due è colpevole.
La colpa è dell’amore per se stessi che li ha legati nel loro somigliarsi.
Nell’amore che sceglie il “simile” l’altro rispecchia se stesso e scompare diventando una parte di sé.
La donna nello scegliere di essere scelta dal “simile” lo annulla in sé facendolo diventare una parte di sé, e anche l’uomo nello scegliere il “simile” lo fa diventare una parte di sé e lo annulla come altro.
Chi ama così è libero di andarsene(la donna facendosi scegliere da un altro e l’uomo sostituendolo), ma dovrà continuare a far vivere dentro di sé come parte di sé l’altro che ha lasciato o sostituito senza poterlo più cercare fuori di sé.
Il legame con l’altro non potrà più sciogliersi e si rischierà di uccidersi o di autodistruggersi quando non si riesce a farsi scegliere da un altro o a sostituirlo dopo averlo scelto.
Uccidere l’altro è il dramma dell’amore animale,uccidersi è il dramma dell’amore civile.
Due drammi che rischiamo sempre nell’amore se possiamo amare soltanto come si ama nella giungla e come si ama nella civiltà.
E’ possibile un amore che sia esente dal rischio di uccidere l’amato o di uccidersi in sua assenza e perciò sia degno di diventare lo scopo di una nuova educazione sentimentale?
Ipotesi:
Da sempre, sia nella giungla che in ogni civiltà umana, qualcuno nell’incontrare un altro ha talvolta desiderato tutto il Bene per l’altro e che l’altro lo desiderasse per lui.
“Tutto il Bene” non si sa cosa sia e non è conseguibile nell’arco di una vita a termine come quella umana. Sembra qualcosa di impossibile ma non c’è niente di più desiderabile per chiunque. Potrebbe una madre smettere di desiderare i poteri divini necessari a rendere felice suo figlio? Potrebbe un essere umano che si sente responsabile unico del bene di un altro essere umano smettere di desiderare questo Bene per l’altro e per sé?
“Ti amo” ora non significa né “prendimi”(per la femmina) né “ti voglio” (per il maschio),nè “voglio che tu scelga me”(per la donna) né “scelgo te”(per l’uomo).
“Ti amo” ora significa che ti desidero nel bene e nel male, che tocca a me e solo a me pensare al tuo bene e difenderti nel male, che mi preoccuperò per te finchè sarai in vita, e quando sarai morto vivrò anche per te.
“Ti amo” ora significa che desidero essere l’unico responsabile per te e che tu lo sia per me.
E’ allora che chi ama scopre che l’amore, il suo desiderio di tutto il Bene per l’altro e dell’altro per sé, consiste in un continuo venirsi incontro tra due esseri che continuano ad andare verso l’essere dell’altro al di là del proprio essere diversi o simili come femmine e maschi o come donne e uomini.
Ed è un amore che può durare perché agli amanti non bastano le loro vite per raggiungere tutto il bene e vincere tutto il male che desiderano l’uno per l’altro.
Amandoci così saremo sempre femmine e maschi(che cercheranno di prendersi) e donne e uomini che (cercheranno di scegliersi),ma non per riuscirci bensì per “andare oltre”, all’infinito, la loro appartenenza alla giungla del possesso e alla civiltà della scelta.
Daremo luogo a possessi(ad esempio case in cui vivere l’amore) e scelte( ad esempio vite personali in cui vivere l’amore), ma saranno possessi e scelte destinati a non poter essere definiti e portati a termine perché ogni giorno la responsabilità verso la l’altro ci imporrà di superarli e rimetterli in discussione, cioè di ridefinirli all’infinito.
Se ci amiamo così, quando faremo un figlio ,prima di essere un figlio della Natura(come tutti) o un figlio proprio(simile a noi),sarà un altro essere da amare come ci amiamo tra noi: assumendosi disinteressatamente la responsabilità della sua vita, cioè “per lui o lei”, nel bene e nel male, senza voler niente in cambio,amandolo all’infinito, nella vita e nella morte. Faremo un figlio perché possiamo biologicamente(come nella giungla) o lo vogliamo personalmente(come nella Civiltà) ma innanzitutto perché il nostro amore è fecondo: ci amiamo all’infinito e un amore infinito è sempre il desiderio di incontrare altri da amare all’infinito.
Naturalmente, non basterà volerlo per riuscire ad amarci così, oltre la giungla e la Civiltà. Ci si riuscirà se il desiderio infinito di riuscirci sarà puro e disinteressato ,e nessuna realtà potrà scalfirlo o umiliarlo perché nessun insuccesso o successo parziale sarà definitivo se viene preservato il desiderio di tutto il Bene dell’altro e proprio.
Ora nessun amante ucciderà l’amato perché non lo possiede più o per impedire che sia un altro a possederlo.
Ora nessun amante si ucciderà in assenza dell’amato, cioè perché non è stato scelto da chi voleva essere scelto o ha scelto qualcuno che voleva essere scelto da un altro.
Perché amare ora significherà essere volto verso l’altro all’infinito e nessun rifiuto e nessuna assenza possono impedire all’amante di desiderare all’infinito l’amato e all’amato di desiderare all’infinito l’amante, se è vero che non possono raggiungere “tutto il Bene” né possedendosi né scegliendosi.
Appaiono ora i paradossi dell’amanticidio ( femminicidio più spesso, maschicidio più raramente) e del suicidio per l’amore non corrisposto.
Come potrebbe un amante uccidere l’amato se il desiderio infinito del Bene che nutre nei suoi confronti e che desidera per sé non è raggiungibile nella sua breve vita quando riesce a farsi possedere o a possederlo ? Tornare nella giungla e uccidere l’amato significherebbe punirlo per non dare tutto il bene che nessuno può dare attraverso il possesso. Ecco perché quando desidera per l’amato tutto il Bene e di esserne ricambiato, non ottenendolo l’amante non lo uccide: perché sa che non è il possesso di un essere finito(e con beni finiti) che può soddisfare il desiderio di un bene infinito che può solo essere desiderato all’infinito.
Come potrebbe un non amato uccidersi dopo aver constatato che l’aver scelto o l’essere stato scelto da un amante non gli garantisce per virtù della scelta che questi gli possa dare tutto il bene che desidera da lui e desidera dargli? Nella civiltà ci si uccide quando si idealizza la scelta su cui il vivere civile si basa e non si tiene conto che ogni desiderio di tutto il bene per l’altro e per sé comporta un andare oltre la scelta verso l’appello dell’altro ad una responsabilità infinita verso la sua vita e il suo Bene che può essere solo desiderata all’infinito ma mai realizzata nell’arco di una vita.
Il vero amore, l’amore che non uccide, si realizza all’infinito sia fuori dalla giungla in cui si uccide chi da amico diventa nemico ,che dalla Civiltà in cui ci si uccide quando(ecco il limite della civiltà: la mancanza di amore di scelta)nessuno sceglie di essere scelto da noi e sceglie di sceglierci.
Utopia? Utopia sì, ma all’Infinito, da desiderare all’infinito,unico modo per un essere finito come l’uomo di vivere in vista dell’Infinito.
Francesco Campione

