di Francesco Campione
Si tolgono la vita nel mondo ogni anno da 800 mila a un milione di persone e 20 volte di più tentano il suicidio (più di quante ne muoiano per le guerre e per gli omicidi).1,9 ogni centomila, un suicidio ogni 40 secondi.
In Italia il tasso dei suicidi è uno dei più bassi al mondo (4,7 per 100 mila) rispetto ai più alti che sono quello della Guyana (44,2) e della Corea del nord (38,3) nel mondo, e quelli di Lituania (28,29) e dell’Ungheria (19,1) in Europa.
In termini numerici in Italia si suicidano 11 persone al giorno ( ¾ di uomini e ¼ di donne), in tutto circa 4000 all’anno. Di questi circa il 12% sono adolescenti e giovani (tra i 15 e i 25 anni), in tutto 500 con 1000-1500 ragazzi che lo tentano.
Il suicidio può essere affrontato e studiato da tanti punti di vista ma i due prevalenti sono: quello di chi lo considera un comportamento autodistruttivo indesiderabile e si propone di prevenirlo sempre, quello di chi lo considera espressione del diritto di ciascuno di autodeterminarsi liberamente fino al punto da poter rifiutare la vita, e si propone di prevenirlo nelle sue forme irrazionali e non libere. A partire da ciascuna di queste due prospettive si sono sviluppate nella nostra cultura (e forse in tutte) due tradizioni di pensiero, una volta a fondare teorie e pratiche di contrasto al suicidio per liberarne l’umanità, l’altra a fondare teorie e pratiche di liberazione dell’umanità dal dovere dei suoi membri di conservare la vita a tutti costi.
La teoria e la pratica nell’aiuto alle persone in crisi fa intravedere una terza prospettiva che può gettare sul tema una luce nuova che vorrei condividere con questo scritto.
Ogni storia di tentato suicidio e di suicidio, con tutti limiti di ogni ricostruzione a posteriori, si presenta come talmente complessa e contraddittoria da risultare arduo stabilire in che misura l’atto di togliersi la vita sia o puramente e semplicemente la conclusione logica di una vita senza via d’uscita oppure soltanto la libera scelta di morire di qualcuno che lucidamente ne sposa l’alternativa come ultima affermazione del suo controllo sull’esistenza. Nessun suicida, in sostanza, è soltanto un infelice senza alcuna libertà di scelta che si uccide inevitabilmente o solo un uomo libero senza infelicità che si uccide senza alcuna costrizione. Vuol dire che ci si uccide sempre: sia per distruggere una vita in certa misura invivibile, sia per riscattarne la negatività con un atto di libertà che le rende la dignità.
Ecco perché tendo a condividere la tesi di chi (Levinas che dice della morte essere “l’impossibilità della possibilità di non esistere”) sostiene che darsi la morte è “impossibile” benché sia “fattibile” come tutto ciò che possiamo fare solo con una violenza verso la realtà che lo impedisce.
Non posso sfuggire a certe sofferenze insuperabili ma se mi sottopongo ad una violenza suicida mi sottraggo alla sofferenza:la morte che mi sono dato era impossibile come fine ma è diventata possibile come mezzo!
Non posso rifiutare la vita che mi tocca vivere perché non ne ho un’altra, ma se mi uccido affermo la mia volontà: chi vuol essere libero non può morire ma se si infligge la violenza della morte si libera dalla vita che gli impedisce di esserlo.
Il suicidio in questa ottica è quindi una violenza che si fa a se stessi per rendere possibili due impossibilità: l’impossibilità restando vivi di sottrarsi alle sofferenze senza via d’uscita; l’impossibilità di essere liberi se non togliendosi la vita.
Prevenire il suicidio, cioè la violenza auto-inflitta, diventa allora qualcosa che è sempre desiderabile dato che consiste nel ridurre le sofferenze insuperabili che rendono insopportabile la vita e combattere i fattori che ostacolano il controllo dell’esistenza spingendo all’atto estremo di libertà del togliersi la vita.
Applicata al suicidio in genere tale prospettiva significa affrontare le “ragioni” principali per cui ci si uccide e la loro prevenzione in un modo specifico.
Per gli studiosi del suicidio ci sono quattro categorie di atti suicidari che possono essere interpretati come segue:
- L’atto di uccidersi “razionale” che corrisponde all’intenzione di sottrarsi ad una sofferenza insuperabile come può essere quella di un malato terminale che non viene influenzato nel suo gesto da nessuna patologia psichiatrica. In questo caso, i due fattori del suicidio (la sofferenza insuperabile e il rifiuto libero della vita) agiscono in perfetta sintonia tramite un “ragionamento logico”. Per prevenire il suicidio di questa categoria basterà alleviare la sofferenza rendendola sopportabile per il soggetto (ad esempio con le cure palliative);
- Il suicidio “psicotico” di chi, a causa di una malattia mentale, è incapace di usare le normali capacità di ragionamento. E’, ad esempio, il caso di uno schizofrenico che sente delle “voci” che gli ordinano di uccidersi e si uccide. Ora i due fattori (sofferenza insopportabile e libertà di scelta) vanno considerati separatamente : il suicidio psicotico non è dovuto ad una sofferenza insopportabile che fa scegliere di uccidersi bensì ad una “distorsione” mentale della libera volontà di scelta che autonomamente induce all’atto autodistruttivo. Per prevenire questo tipo di suicidio bisognerà curare la malattia mentale che può determinarlo;
- Il suicidio “culturale” di chi si uccide per preservare un valore o per seguire una tradizione. Esempi ne sono: il seppuku d’onore dei samurai e il suicidio dei kamikaze nella cultura giapponese; il suicidio dei nobili romani accusati di tradimento che si uccidevano per preservare la famiglia; la pratica delle mogli Hindu di immolarsi nella pira del marito morto; l’auto-immolazione dei monaci buddisti per protestare contro la guerra del Vietnam oppure contro la dominazione cinese del Tibet; gli atti suicidi dei terroristi che si fanno saltare in aria per uccidere dei nemici. In questi casi il fattore rifiuto della vita domina sul fattore sofferenza insopportabile, ma esso non corrisponde al rifiuto della vita bensì di una “certa” vita (macchiata dal disonore o dalla colpa, di moglie senza marito, etc.) che ha perso di valore e si riscatta solo sacrificandola. La prevenzione di questo tipo di suicidio implica un mutamento culturale (dei valori e delle tradizioni);
- Il suicidio “emotivo” ha una ragione simile a quello razionale, cioè corrisponde all’intenzione di sottrarsi alle difficoltà della vita ma vi dominano una certa confusione emotiva e il sentirsi in trappola. Ora il fattore “scelta di morire” domina sul fattore sofferenza insopportabile ma esso è distorto dalle emozioni. La prevenzione di questo atto suicidiario è resa possibile dal conseguimento di un miglior controllo delle emozioni;
- Un’ultima categoria di suicidio che solitamente non compare nella letteratura è quella del suicidio “enigmatico” di cui non si riesce a comprendere le ragioni neanche con le migliori autopsie psicologiche .Alla base di questo tipo di suicidio più che qualche sofferenza insopportabile c’è il mistero dell’animo umano che talvolta porta a scelte apparentemente del tutto arbitrarie. Per prevenire questo tipo di suicidi possono essere utili le saggezze (filosofiche, emotive, morali, artistiche e religiose) che in tutti i tempi l’uomo ha concepito per accostarsi al mistero abissale dell’altro.
In sintesi, prevenire un suicidio significa a seconda dei casi: alleviare le sofferenze che possono rendere insopportabile la vita; prevenire e curare le malattie mentali autodistruttive; cambiare le culture che promuovono il suicidio; favorire la maturità emotiva degli individui in modo che non vengano travolti dalle loro emozioni e non si uccidano quando si sentono confusi e in trappola; imparare ad accostarsi al mistero dell’animo umano.
Applichiamo ora la nostra impostazione al suicidio adolescenziale e alla sua prevenzione.
Possiamo dire innanzitutto, riassumendo con Balk(David E. Balk,Dealing with dying and grief during adolescence,Routledge,New York,2014 ) la letteratura specialistica sull’argomento, che i fattori di rischio del suicidio adolescenziale sono: i problemi psichiatrici( depressione maggiore, anoressia, schizofrenia, etc);i problemi psicosociali( scarse relazioni familiari,rotture romantiche,problemi razziali o di genere, violenze domestiche, bullismo e cyberbullismo, etc.); problemi cognitivi( di planning, di regolazione delle emozioni, di problem solving) relativi allo sviluppo delle aree corticali prefrontali implicate; una debole immagine di sé;delle eccessive aspettative dei genitori; i lutti non risolti;l’abuso di alcool e di droghe;l’interruzione della comunicazione con i genitori e gli amici;una storia di tentati suicidi;il confronto/scontro con un’importante figura della vita dell’adolescente.
Le difficoltà adolescenziali nell’affrontare questi rischi vengono fatte risalire a tre problematiche dello sviluppo:
a) gli adolescenti non sanno ancora affrontare tante situazioni e questo li rende rigidi nell’adattarsi alle crisi isolandoli dagli altri e rendendo più difficile la ricerca di soluzioni ai problemi che si presentano;
b) negli adolescenti che tentano o commettono suicidio si rileva in letteratura un eccessivo affidamento a strategie di evitamento (isolarsi dagli altri, distrarsi dal pensare alle difficoltà e rifugiarsi nella fantasia);
c)gli adolescenti possono avere difficoltà nella regolazione delle emozioni quando si confrontano con livelli acuti di rabbia, paura, tristezza, confusione o ansia. Essere sconvolti dalle emozioni può determinare comportamenti impulsivi come sono certi suicidi adolescenziali che possono corrispondere precisamente ad una fuga dal dolore emotivo.
In sostanza si può dire che l’adolescenza è una fase critica (nel bene e nel male) dello sviluppo e le crisi che la costellano in presenza di gravi fattori di rischio possono indurre un adolescente a togliersi la vita sempre per i due principali motivi:in presenza di una sofferenza che si ritiene insopportabile e di un bisogno di libertà che può esprimersi solo togliendosi la vita.
Gli esempi che conosco meglio perché l’esperienza clinica me li ha fatti incontrare sono:il desiderio di morire degli adolescenti che soffrono per un amore non corrisposto e quelli che si tolgono la vita per un motivo apparentemente insufficiente. Li esemplificherò brevemente notando che sono le due categorie di rischio suicidiario più frequenti oggi nell’adolescenza, insieme a quelle per abuso di sostanze, a quelle per bullismo o cyber bullismo(cyberbullicidio) e a quelle delle scelte sessuali non conformiste.
- Nell’esperienza dell’amore non corrisposto l’adolescente spesso scopre una delle dimensioni della vita che fanno più andare in crisi in tutte le età: amare qualcuno non lo obbliga ad amarti! Per molti adolescenti questa scoperta è traumatica e il rifiuto di essere amato gli può procurare una sofferenza che può ritenere insopportabile, sia per le emozioni acute (rabbia, colpa e senso di vuoto soprattutto) sia per l’inesperienza che gli fa ritenere che questa sofferenza non sarà mai più superata, sia per l’inimmaginabilità in tale condizione di poter essere amati da altri in futuro, dato che ora si sente il “disprezzo” del proprio amore e del proprio valore come persona. Il mix di sofferenza insopportabile e di percezione della propria mancanza di valore possono portare alla decisione di uccidersi (come soluzione per sottrarsi alla sofferenza insuperabile e per punirsi della colpa di non aver saputo farsi amare o punire l’altro per la rabbia di non essere stato amato).
Rendere “impossibile” la morte per suicidio di un adolescente non amato, è possibile tanto più quanto più si è stati educati preventivamente a considerare l’amore non un affetto dovuto a chi ne ha bisogno ma un affetto da desiderare come atto libero da ispirare ad un altro. Le concezioni dell’amore(Francesco Campione,Il lutto e i modi dell’amore,Armando editore, Roma,2022 ), biologico come possesso di un oggetto di attaccamento e soddisfazione di bisogni, o dell’amore personale di assimilazione dell’altro come oggetto d’amore ,non favoriscono una buona risoluzioni delle crisi dell’amore non corrisposto. Una buona educazione sentimentale volta a far scoprire la possibilità che amare significhi innanzitutto desiderare la felicità dell’amato( e che l’amante desideri la nostra) è probabilmente la miglior prevenzione del suicidio per l’amore non corrisposto. Naturalmente con tutto il corredo delle maturazioni che vi si devono accompagnare(cognitive,emotive e sociali) e nelle quali la scuola,la famiglia o la psicologia svolgono un ruolo fondamentale.
2.Per analizzare i suicidi che rivelano una “ragione apparentemente non sufficiente”, citerò il caso recente di un ragazzo di 16 anni che prima di uccidersi ha lasciato scritto pressappoco soltanto:” Vi voglio tutti bene
ma la vita non è facile”. L’autopsia psicologica ha rivelato tanti indizi ma nessuno apparentemente sufficiente a spiegare il suicidio. Perchè non provare allora a basarsi su ciò che ha lasciato detto il ragazzo abbandonando il pregiudizio che ci si ammazza per motivi più gravi di quello di non trovare la vita facile?
Che la vita non sia facile è una delle “scoperte” tipiche dell’adolescenza quando si esce dall’infanzia e si scoprono due realtà normali ma che per qualcuno possono essere terribili e traumatiche: ora bisogna sapere cosa si vuole dalla vita( te lo chiedono tutti) e assumersi la responsabilità delle proprie scelte; stai crescendo,i tuoi genitori non ti bastano più e gli altri non sono obbligati a volerti bene( e tu a voler bene a loro) come era per i genitori. Non è facile, ma potresti fare come stanno facendo gli altri adulti della tua cerchia. E se non ce la stanno facendo e ti viene in mente che potresti non farcela anche tu? Non c’è niente e nessuno nella tua esperienza che ti dice che potresti farcela lo stesso come ce l’hanno fatta tanti che non avevano avuto esempi in famiglia perché li hanno incontrati fuori. Ti assale un senso di disperazione e non sai fare altro che evitare i problemi e le sofferenze sottraendoti ad essi: che altra soluzione c’è se non farla finita?
In sostanza, di fronte alla scoperta che la vita non è facile non è banale per un adolescente pensare che un giorno lo sarà se non ci sono indizi in questa direzione. Ma la vita? Il valore della vita? Non lo sa questo adolescente che la vita vale nel bene e nel male? O tutto gli insegna che essa vale nel bene, e nel male invece bisogna rifiutarla? Una vita tragica vale la pena di viverla? E’meglio una vita tragica che nessuna vita o meglio niente che una vita difficile? Perché l’adolescente che scopre la vita non dovrebbe dire sì o no a seconda di come la scopre e pensa che sarà e a come darle valore?
Ho imparato da questi casi una cosa semplice: due sono i principali fattori di protezione che possono far prevenire un suicidio adolescenziale e sono due fattori educativi: quale amore è stato insegnato da bambini ad aspettarsi da adulti (meglio se non di possesso dell’altro e di assimilazione dell’altro a sé ma di desiderio della felicità altrui?) e quale valore si riesce a dare alla vita ora che non si è più bambini(meglio un valore assoluto,che gliela faccia amare nel bene e nel male che un valore subordinato al bene che potrebbe fargliela rifiutare al primo scacco?).
