Editoriale

IL SUICIDIO DELLA MORTE

Francesco Campione

Non c’ho dormito la notte per qualche mese ma per fortuna ora è finita.

Quando un amico malato di alzheimer  mi ha detto che gli era apparsa la morte davanti agli occhi e gli aveva detto che voleva suicidarsi,avevo pensato che fosse solo l’allucinazione di un demente che ha paura di morire e spera che la morte si tolga di mezzo da sola prima di venirlo a prendere.

Poi, piano piano,la possibilità che la morte potesse autoditruggersi  si è fatta il nido nella mia mente e ha cominciato ad ossessionarmi togliendomi il sonno. Ci pensavo e ci ripensavo non riuscendo a capire se fosse un bene o un male. M’è venuto per prima cosa di classificarlo, questo suicidio,e ho concluso che si trattava di un suicidio razionale. Se basta un amore disprezzato, come lo chiama Amleto,per sconvolgere l’anima con un conflitto atroce tra essere e non essere che può portare a rifiutare la vita, a maggior ragione si giustifica il suicidio della morte ,la quale effettivamente sembra suscitare amore solo in coloro che se ne servono per sfuggire a sofferenze insopportabili. La morte, infatti, tutti la disdegnano e sarebbe alquanto logico che cadesse in depressione e si facesse fuori!

Mi resi conto anche che si trattava di un evidente e terribile  sucidio-omicidio: dopo avere ucciso la moltitudine di persone che sono morte da quando esiste la specie umana dei morituri,la morte capisce finalmente che fa schifo ai più e  si toglie di mezzo da sé facendo l’unica cosa sensata che le resta.

“Ma com’è possibile”, mi sono chiesto a questo punto, “che dopo  tanti milioni di anni di atroce servizio  la morte si deprima e voglia suicidarsi solo ora?”

Ne ho dedotto logicamente che nel corso del tempo doveva aver fatto chissà quanti tentativi di suicidio e ne ho cercato le tracce.

Ho trovato tantissimi indizi, e certamente me ne sono sfuggiti molti di più ,nelle forme disparate che ha preso nella storia umana l’immaginazione di poter vivere in eterno. Che si tratti di tentativi di suicidio non riusciti si evince dai racconti della vita eterna che si trovano in tutte le letterature e in tutte le religioni. La morte infatti torna tutte le volte a colpire dopo ogni parziale trionfo della vita eterna,segno che il tentativo di suicidio è fallito.

Farò due esempi letterari e uno religioso tra quelli che ci sono più familiari.

  1. Jonathan Swift racconta ne “I Viaggi di Gulliver” di essersi imbattuto in uno strano popolo che ogni tanto genera casualmente bambini  che non sono “morituri” come tutti gli altri,come indica un segno particolare che portano in fronte. E,contrariamente a quanto si potrebbe credere, per questi bambini l’immortalità non è una fortuna ma una fonte di infelicità. Infatti a questi immortali per caso non è concessa la grazia dell’eterna giovinezza e,dopo qualche secolo, diventati ormai troppo vecchi,finiscono per nutrire un’invidia profonda e senza scampo sia verso i giovani morituri per la vita brillante che gli è consentita dalla gioventù, sia per i vecchi morituri che  giustamente moriranno una volta esaurita l’energia vitale.

Immaginare che le cose possano stare così  in un remoto popolo anch’esso di fantasia, non potrebbe essere un indizio della reazione umana ad  un  tentato suicidio della morte?

La morte in depressione tenta di uccidersi e per un po’ manca ai suoi doveri. Nessuno muore più e si comincia a desiderare  che la non-morte   duri per sempre restando giovani. Poi la sua  convalescenza  finisce, la morte torna in servizio e ci si consola pensando che è meglio morire se  l’eterna giovinezza non è assicurata. 

  1. Josè Saramago nel  romanzo  “Le intermittenze      

della morte” racconta una storia simile.

In uno strano paese non muore più nessuno anche se  nei paesi vicini tutto è regolare. Ci  sono manifestazioni di gioia collettiva per la raggiunta immortalità,ma anche stavolta dopo un po’ l’euforia scema a causa del fatto che all’immortalità non si accompagna l’eterna giovinezza e tutti invecchiano troppo e male. Allora la morte comincia a ridiventare  desiderabile e indispensabile, e anche la Chiesa si preoccupa dell’assenza della morte,dato che non c’è più bisogno della resurrezione e il messaggio cristiano della salvezza perde senso. Il rimedio è portare le persone a morire nei paesi confinanti e i viaggi vengono ovviamente organizzati dalla mafia. Per fortuna sette mesi dopo la morte torna e cominciano ad arrivare nuovamente ai morenti le lettere che hanno sempre annunciato la fine della vita. Tutte le lettere giungono a destinazione tranne quella indirizzata ad un violoncellista. Allora la morte si fa viva e e porta personalmente la lettera al violoncellista che deve morire. Ma dev’esser proprio affascinante questo musicista e altrettanto affascinante dev’essere la morte, se i due s’innamorano a passano insieme una memorabile notte d’amore. Dopo l’amore la morte s’addormenta e quel giorno non muore nessuno. Ovviamente si lascia intendere che poi si sveglierà e tutto tornerà a posto, cioè tutti torneranno a morire.

Non potrebbe significare che c’è stato un paese nel mondo in cui la morte ha tentato il suicidio e per sette mesi non è stata in servizio con la conseguenza che per tutto quel tempo in quel posto non moriva più nessuno?

Ma leggendo il racconto di Saramago mi è saltato all’occhio un altro elemento immaginario: quando la morte dorme non muore nessuno!

E’ proprio da dove prende le mosse  l’indizio del suicidio della morte che si trova nel racconto della religione a noi più vicina.

  1. Infatti, è immaginando la morte come un sonno dal quale è possibile svegliarsi od essere svegliati che  si spiegano: 1.Quello che Nietzsche chiama il “colpo di genio” di Gesù  nel formulare la  buona novella(La morte è un sonno e ci sveglieremo);2.la narrazione evangelica della vittoria sulla morte con i due suoi episodi cruciali:il miracolo della resurrezione di Lazzaro( “Alzati e cammina!”) e l’incontro di Gesù risorto con i suoi discepoli.

Non possiamo ipotizzare che in quel tempo la morte fosse depressa e abbia tentato il suicidio ma che è riuscita soltanto ad addormentarsi e ad addormentare?

Lo sciamano Gesù di Nazaret l’aveva scoperto e aveva portato agli uomini la buona novella. Pochi  gli avevano creduto e l’avevano seguito,e allora aveva fatto risorgere Lazzaro e si era fatto crocifiggere per dimostrare di poter risorgere svegliandosi dalla morte.  M è durato poco, perché la morte si era svegliata dal sonno della sua depressione ,aveva superato la convalescenza dopo il tentato suicidio:si moriva di nuovo senza poter risorgere e solo pochi fedelissimi  hanno avuto da allora il coraggio  di salire sulla Croce sapendo di non poter risorgere come Gesù.

Non potrebbe significare che possiamo anche immaginare che quando tenta il suicidio la morte s’addormenta e diventa quindi sonno da cui ci si può svegliare? Peccato che poi anche la morte si risveglia e torna ad uccidere!

Dopo aver riflettuto su questi possibili indizi delle crisi depressive della morte e dei suoi conseguenti tentativi di suicidio sparsi lungo tutta la Storia umana e nelle sue narrazioni,il pensiero che  la morte fosse come appare ai dementi e ai matti cioè in sembianze umane e potesse un giorno riuscire nell’intento di uccidersi come qualsiasi essere vivente, ha riprodotto in me la domanda cruciale dell’inizio: sarebbe dunque un bene o un male  se la morte si suicidasse e non si morisse più?

La prima risposta che mi sono dato è stata ovviamente che sarebbe bello non morire mai se si restasse giovani per sempre. Ma è subito sorta spontanea un’altra domanda: se si continuasse a vivere per sempre senza poter cambiare la vita non verrebbe tutto a noia? Bisognerebbe che nel tempo il male si trasformasse in bene e che il bene potesse migliorare all’infinito. Allora una vocina mi ha suggerito:”Ci  vorrebbe per questo un Dio onnipotente e di infinita bontà”. 

Ho cominciato a passare le notti a desiderare una vita eterna perfetta  e a chiedermi se pascalianamente mi convenisse  credere ad un Dio d’amore in grado di soddisfare questo desiderio come fanno certi amici a cui voglio bene. Da quel momento ho passato le notti in attesa di un segno  dall’alto che non è arrivato e ho cominciato a temere che il mio desiderio del Paradiso fosse vano.

“Come faccio a sopportarlo in eterno?” mi sono chiesto. “Non è meglio che la morte non riesca a suicidarsi e il giorno che mi tocca venga a prendermi?”

Mi sono sentito senza vie d’uscita: se la morte si suicida ho bisogno di credere in un Dio d’amore che mi svegli dalla morte portandomi con sé nell’eternità,ma senza pretendere che si presenti come con Paolo sulla via di Damasco e che  mi dichiari il suo amore prima di amarlo a mia volta.

E’ stato di fronte a questa empasse che ho intuito il controsenso della possibilità che la morte possa suicidarsi: solo un demente o un matto può credere alla realtà delle  sue allucinazioni e ritenere che la morte sia un essere vivente e possa suicidarsi! La morte può solo uccidere, non uccidersi!

Ero prigioniero in questa fase critica,avrei dovuto convertirmi ad un potente Dio d’amore ma non ci riuscivo perché non si presentava  ad assicurarmi che mi amava e mi avrebbe salvato, ed è arrivato il momento di andare in Messico per partecipare ad un congresso di Tanatologia che avevo contribuito ad organizzare e al quale avrebbe partecipato anche Elisabeth Kubel-Ross.

Dovevo presentare  al congresso una relazione su”Le metafore della morte” e la sera prima ho sognato la morte che nei panni di una bellissima fanciulla cercava di adescarmi senza alcun pudore. Ero combattuto perché nell’avvicinarsi mi parve  che avesse il  viso della Madonna nell’annunciazione di Innocenzo da Imola che si può vedere in una cappella della Chiesa dei servi di Bologna. Queste le parole che le rivolsi:”Non mi fai paura,sei solo capace di uccidere i viventi perdendo così ogni potere su di loro! Solo se fossi capace di ucciderti potresti far loro del male lasciandoli a penare in eterno senza poter morire!”

L’indomani l’ho raccontato a Elisabeth Kuber Ross per sapere cosa ne pensava e ne ho ricevuto questa risposta:”Che si uccida o non si uccida la morte non ha comunque nessun potere: anche la morte ,come ogni male è al servizio del Bene, dato che quando arriva uccide il corpo per consentire la vita vera che è quella dello spirito che non muore mai. Muore il bruco perché nasca la farfalla!”

Nel pomeriggio, quando è venuto il momento di parlare a tutti i Tanatologi del mondo abbiamo fatto due discorsi che più diversi  e più affini non si può immaginare.

Elesabeth Kubler Ross ha detto:” Non bisogna sopravvalutare la morte: è solo un passaggio dalla vita del corpo che nasce e muore a quella dello spirito che c’è da sempre e non muore mai!”

Io ho detto:”Abbiamo la dimostrazione che la morte è stata per secoli un essere vivente malefico e  ha tentato il suicidio un numero impressionante di volte nel corso della storia umana. Ora siamo certi che non riuscirà mai ad uccidersi perché da essere vivente qual’era si è ridotta ad essere un concetto vuoto,misterioso ed enigmatico (senza alcun riferimento ad alcunchè di immaginabile ed espressione allo stesso tempo dell’’essere di un’altra vita , dell’essere del nulla).

Tornato a casa ho scoperto che potevo andare nuovamente a dormire senza chiedermi cosa sarebbe accaduto se la morte si fosse suicidata o non ci fosse mai riuscita. Pensai che non importava più: se mentre dormo la morte tenta il suicidio e non ci riesce mi sveglierò e desidererò vivere per sempre,se invece ci riesce e non mi sveglierò più, mi ritroverò nell’infinito che ho sempre desiderato anche se non potrò accorgermene.

E potevo tornare a dormire perché anche questa storia del suicidio della morte non aveva più senso ora che si era ridotta ad un mistero che non si svelerà mai ma si può sempre desiderare di svelare o ad un essere che non potremo mai sperimentare.