Elias Canetti (Il libro contro la morte, Adelphi, Milano 2014 pag.98): “Per tutto questo mese ho riflettuto sul trionfo dell’uccidere o del sopravvivere. Potrebbe sembrare che tutto il risultato della mia millantata ribellione sia la conseguente constatazione: la morte degli altri è rinvigorente e perciò gradita.
Non prendertela troppo per il fatto di dover morire- sembra che io dica-, prima di te ne vedrai morire molti.
Come se ogni singola morte, chiunque la subisca, non fosse un delitto che si dovrebbe impedire con ogni mezzo”.
Francesco Campione (Finito e Infinito blog di Francesco Campione):
“Finché la morte sarà pensata come un male inevitabile, si potrà solo , come ha fatto fin qui la cultura umana, opporle palliativi più o meno efficaci per attenuarne la tragicità e le conseguenze (angoscia del nulla, paura della morte e desiderio di morte).
Ma ora che tutti i palliativi culturali mostrano la loro illusorietà perché abbiamo capito che derivano dal considerare la morte un male insuperabile, possiamo intuire che la morte è sì insuperabile ma non si può affermare che sia necessariamente un male. Sappiamo che è insuperabile ma non sappiamo cos’è e dove sfocia. Potrebbe essere un male ma potrebbe anche essere un bene. Ma in che senso potrebbe essere un bene?
Sapendo che inevitabilmente moriremo consideriamo la vita inconcludente e sorge il desiderio di prolungarla all’infinito. Infinito che è l’idea di un tempo che non comincia e non finisce e che concepiamo proprio a partire da una vita che comincia e finisce.
Ben vengano allora nascita e morte, inizio e fine, da cui scaturiscono un prima e un dopo di noi che ci fanno pensare l’oltre, oltre l’essere e il non essere, l’aldiquà dell’esserci e l’aldilà dell’esserci, oltre il tempo degli orologi che misurano il tempo finito, nell’orizzonte della spiritualità del desiderio di un tempo infinito”.
