B BECCHINO
La morte in “B” è poco o punto rappresentata. In compenso ha un toscanismo che sembra uno scioglilingua (babborivèggoli: rivedere il babbo morto, ovvero andare a morire), un sinonimo di morire (basire), e quattro parole chiave (bara, becchino, buonamorte, buonanima).
La bara (complemento) di cui si occupa (predicato) il becchino (soggetto) per la buonamorte della buonanima.
Il soggetto di oggi è quindi il becchino.
Mi ricordo di quella volta che sono tornato al mio paese in Sicilia e naturalmente ho fatto una visita al cimitero.
Forse è stato allora che ho cominciato a riflettere sulla morte e proprio grazie all’incontro con i becchini di quel piccolo cimitero di paese.
Cito dal mio diario ingiallito di quei tempi ormai remoti.
3 Aprile 1969
– Nel pomeriggio visita ai morti.
Eccoli li i nonni con le loro facce di contadini che guardano immote!
Basta un’immagine a riallacciare i fili interrotti di un rapporto importante.
I morti non muoiono. Tutti continuano a vivere incisi nel ricordo di chi li ha conosciuti, mescolati alle radici e ai moventi dei loro parenti, abbozzati nei volti e nei modi di incedere di nipoti e pronipoti.
Ogni volta che riesco ad avere la “pazienza di Giobbe” mio nonno rinasce in me e pronuncia la frase dei momenti difficili: ”Sia fatta la volontà di Dio!”.
Capisco ora qual è la sua ricompensa per avermi trasferito le lezioni della sua esperienza e la sua biblica cultura orale tenendomi ore e ore a sedere sulle gambe malferme. E’ tutto ciò che un vecchio poteva fare per non morire definitivamente e mio nonno c’è riuscito. Io porto il suo nome e la mia anima si confonde con la sua.
L’anima non muore perche’ si tramanda e l’anima di mio nonno è diventata parte della mia storia personale.
E la nonna? Di lei ricordo solo le lunghe trecce di capelli neri che annodava ogni mattina, la statura minuscola, gli scialli neri e che non voleva morire. Morì una prima volta, infatti, per riaprire gli occhi 13 ore dopo. Tornò a morire di lì a poco sola nella sua demenza e per sempre. Forse intuiva di avere una di quelle anime che non mi insegnò mai niente da viva. Da morta invece….. Per il nonno doveva essere importante se riuscì a farlo morire di dolore poco meno d’un anno dopo. Non solo. Era la madre di mio padre che non avevo mai visto piangere prima della sua morte.
Era lì sulla tomba vicino alla croce nel suo abito scuro della festa con cui s’era fatta fotografare e mi è sembrata davvero morta, lei, tranne quella forza che aveva fatto per togliermi il nonno, una forza cattiva che vive ancora in me sotto forma di paura di incontrare persone che morendo tendono a portarsi dietro i loro cari.
Ti guardi attorno in un cimitero e scopri che i morti sono assenti, perchè vivono dentro qualcuno. In compenso c’erano ancora i becchini di un tempo. Sono andato a salutarli con vero piacere. Quasi vecchi e sempre così allegri, mangiavano e bevevano generosamente, fermandosi ogni tanto a cantare una canzone.
M’hanno raccontato di un vecchio che prima di morire aveva voluto scegliersi con cura il posto in cui riposare. Per giorni e giorni era tornato al cimitero per riflettere sulle varie possibilità senza sapersi decidere. Un posto non gli andava bene perchè era troppo esposto al sole, l’altro perchè c’era vicino un cipresso che faceva troppa ombra, un altro ancora perchè era circondato da tombe troppo misere.
La vera ragione della sua indecisione però era un’altra: non si fidava dei due becchini! Stavano sempre ad ubriacarsi e a sghignazzare in mezzo alle tombe, era evidente che non avevano alcun rispetto per i morti e lui era certo che una volta morto non sarebbe stato tranquillo neanche sotto una tomba d’oro affidato a quei due.
Si aspettava perfino che potessero dissotterrarlo prima del tempo e buttare le sue ossa nell’ossario comune.
Finì che il vecchio non ce la fece più a fingere indecisione per l’ubicazione del posto e affrontò i due becchini.
“Non avete alcun rispetto per i morti!”- disse con sommo sdegno.
“Nessuno si lamenta del nostro lavoro. Questo cimitero è un giardino”, rispose pacatamente uno dei due becchini.
“Sì, ma non lasciate riposare in pace i morti con i vostri continui festini fra le tombe!”.
“Ah, la pensate così?”, chiese senza attendere risposta l’altro becchino. ”Secondo voi là sotto c’è qualcuno che riposa? Vi sbagliate. Le tombe servono solo per ricordarsi che è passato sulla terra un tizio con questo o quest’altro nome. Servono ad accendere i ricordi della vita trascorsa in chi ha vissuto insieme a loro. Intanto però le anime dei morti sono più vive di noi, vivono tra noi e dentro di noi tutti i giorni. Me ne sono reso conto un giorno che stavo bevendo un bicchiere di vino vicino ad una pozzanghera lasciata dalla pioggia. Mi sono visto riflesso nell’acqua e ho preso uno spavento. Ci credereste? Ho visto mio padre, lo stesso naso rincagnato, la stessa palpebra caduta sull’occhio sinistro e lo stesso ghigno di piacere di fronte al bicchiere di vino. Ero io: ma perchè bevo io? Perchè mio padre non è affatto morto, caro mio! Quando il suo cuore ha cessato di battere l’anima sua s’era già messa in salvo dentro di me! Lo capite adesso che non c’è nessuno sotto queste pietre?”.
“Allora non devo farmi neanche la tomba?”- chiese il vecchio tutto frastornato.
“E perchè non volete che vi si ricordi per nome e cognome?”- rispose il becchino.
“Fatevi pure la vostra tombicina, ma non perdeteci troppo tempo dietro. Pensate piuttosto all’anima vostra! Non che possa morire, tranquillizzatevi che l’anima è immortale! Però è una bella cosa morire sapendo a chi la si lascia! Vivete insieme a qualcuno senza riserve la vita che vi resta e state pur certo che chiunque sia si affezionerà all’anima vostra a tal punto da non potersene più sbarazzare”.
Mi pare che da questa pagina del mio vecchio diario si possa dedurre, a proposito del soggetto di oggi, a proposito del becchino, che anche oggi si teme che egli non rispetti i morti, magari perchè si pensa che troppo interessato al business delle pompe funebri; che anche oggi si vorrebbe che egli fosse tanto “filosofo” da far capire ai suoi clienti che di fronte alla morte di una persona cara il funerale rappresenta un’occasione per occuparsi del modo in cui questa persona sarà ricordata e di cosa sopravviverà di essa, piuttosto che una formalità da sbrigare in fretta e il meno dispendiosamente possibile.
Si sbaglia a pensare che i becchini sono troppo interessati agli affari, proprio quando questi , facendo gli affari, svolgono quella fondamentale funzione sociale che consiste nel far funzionare quella importantissima cerimonia di passaggio dalla vita alla morte che è il funerale: o attraverso il compito di accompagnare sull’altra sponda il morto senza avere il bisogno di portarsi dietro i cari (modo più adatto per chi pensa che sia meglio separare i morti dai vivi per poter continuare a vivere) o attraverso il compito di organizzare un addio solenne quanto basta perchè sia commovente senza distruggere con la sua angoscia (modo più adatto per chi crede che ci incontreremo in un’altra vita).
Ed ecco così trasformato il becchino in un rispettabile professionista che svolge un’importante servizio collettivo.
Per non parlare del mezzo estremo che il becchino ha per essere utile e che consiste, allorchè non si riesca a conseguire questi nobili obiettivi, nell’offrirsi come bersaglio delle battute di spirito che ridicolizzando chi si occupa dei morti ridicolizzano in realtà la morte stessa, aiutandoci a sopportarne la consapevolezza quando siamo a corto di altre risorse per consolarci.
