di Francesco Campione
Se il valore della vita si lega alla sua qualità,cioè alle probabilità di sopravvivenza e al benessere,rifiutarla e perfino togliersela è razionale quando questa qualità scende al di sotto di un certo livello della sopportazione individuale.
Oggi che tende a dominare,almeno nel nostro contesto culturale,una concezione dell’uomo come essere biologico, il valore che si attribuisce alla vita dipende sempre più dalla sua qualità e il suicidio tende a vedere incrementate le sue giustificazioni razionali.
Se,insieme a questo, si considerano le conseguenze dei progressi medici che allungano sempre più la vita migliorando la prognosi quo ad vitam ma non riuscendo sempre a non peggiorare la prognosi quo ad valetudinem,non c’è da meravigliarsi se il suicidio assistito tende a diventare un’opzione sempre più preferita quando nel fine vita non si riesce a controllare o a tollerare un dolore che ne riduce troppo la qualità .
Venendo però da un’epoca ostile al suicidio e che aveva proibito l’eutanasia e i suoi analoghi,chi vuole accedere alla possibilità di accelerare la fine della sua vita dolcemente richiede una modifica delle leggi e cioè la depenalizzazione del suicidio assistito. Questa necessità però incontra le resistenze di chi continua a pensare che bisogna attendere che la Natura faccia il suo corso e morire aiutato dalle cure palliative evitando così di doversi procurarsi la morte per eliminare i dolori. Purtroppo però la sedazione del dolore può essere talvolta inefficace o insoddisfacente e la scelta di morire prima del tempo si ripresenta. Scoppia allora la guerra ideologica in atto nel nostro paese pro o contro una legge sul fine vita che autorizzi il suicidio assistito e diventa difficile convivere nello stesso Stato o spazio vitale per coloro che si schierano su posizioni contrapposte. Tale contrapposizione appare indebita nella sua frequente irriducibilità a chi come me si è dedicato ad assistere i morenti e le persone in lutto e ha potuto osservare continui cambiamenti di fronte sia nei malati terminali che nelle persone in lutto. Sono tanti infatti i malati terminali che vogliono morire e chiedono informazioni per andare in Svizzera per il suicidio assistito quando i dolori non sono controllati e la vita è invivibile, e poi invece vogliono di nuovo vivere quando la qualità della vita migliora un po’;così come sono tanti i congiunti in lutto che hanno il dubbio di avere ostacolato il loro lutto sia per aver aiutato i cari ad anticipare la morte col suicidio assistito sia per averli ostacolati.
Un modo per scorgere una via di conciliazione mi è apparso quando sono andato alla radice delle posizioni ideologiche contrapposte e mi sono chiesto se per caso tutto non cominci dal modo in cui ciascuno pensa alla propria morte. Darsela prima del tempo per smettere di soffrire o aspettarla aiutandosi con i palliativi a disposizione non dipenderà,in altri termini,dal fatto che passiamo la vita a prepararci a morire* e quando la morte arriva ne abbiamo già elaborato anticipatamente il lutto?
*Anche “non pensare alla morte” è un modo per prepararsi ad una morte improvvisa, inconsapevole e inaspettata.
Se,allora, pensiamo la nostra morte come qualcosa di naturale che deriva dall’appartenenza ad una specie biologica che ha bisogno per continuare che i suoi membri muoiano,non è logico che cerchiamo di curarci e combattere tutte le minacce alla sopravvivenza finchè la vita ha una buona qualità e ce la togliamo quando diventa invivibile?Non è forse questo il ritmo della vita biologica,allontanare la morte finchè si vive bene e desiderarla propiziandola quando si vive irreparabilmente male?
Tutto cambia se pensiamo la morte come un annullamento dell’unica vita che abbiamo e ne elaboreremo il lutto anticipatorio, o pensando che dopo la vita ci sarà qualche altra forma di vita oppure pensando che ci attende il nulla totale o l’essere puro senza altro contenuto che se stesso quando si pensa che il nulla è niente ma è. Ora ci saranno due opzioni diverse dal suicidio (assistito o meno): sarà meglio qualsiasi vita che nessuna vita se la morte ci annulla e non ci uccideremo,oppure il suicidio sarà impossibile perché illusorio, dato che possiamo uccidere il nostro essere particolare ma ci ritroveremo nell’essere puro e angosciante del nulla.
E se invece la morte la pensassimo come un mistero,potremmo mai decidere di ucciderci o di non ucciderci,dato che non potremmo sapere da che parte ci porterà il morire prima di essere morti?
Infine possiamo pensare alla morte come un passaggio agli altri che restano e in tal caso il problema da risolvere non sarà più se uccidersi o continuare a vivere ma come lasciamo gli altri uccidendoci o sopportando il dolore.
So benissimo che la maggior parte degli uomini finiscono per seguire oggi di fronte alla complessità del pensiero della morte l’indicazione della nostra cultura che ci invita a non pensarci trattandoci da bambini che la morte non potranno mai affrontarla pensandola e decidendo qualcosa di fronte ad essa.Ma so anche che questo tentativo non può riuscire a nessuno e se a qualcuno per un po’ di tempo riesce,quando la morte arriverà con le sembianze di una malattia o di una catastrofe improvvisa ne saranno irreparabilmente traumatizzati.
Stando così le cose, che ragioni si potranno addurre per non rispettare gli altri quando elaborano il lutto anticipatorio per la propria morte in modo diverso dal nostro?
Il problema ora sarà venirsi incontro per poter far convivere le modalità di elaborazione anticipatoria del lutto che sono possibili nella nostra cultura ed eventualmente formularne altre.
In questa prospettiva qualunque legge che imponga una modalità o ne escluda qualcun’altra è riduttiva, ma se proprio una legge bisogna proporla ci vorrebbe una legge che consentisse di convivere in pace tra “diversi”. Ci vorrebbe una legge che depenalizzasse il suicidio in generale e quello assistito lo considerasse come un suicidio attenuato, quello di coloro che non sono soddisfatti delle cure palliative e decidono di anticipare la morte per togliere terreno al dolore non controllato nell’unico modo concretamente possibile. Ma in che misura implicare in questo la responsabilità dei medici che pur condividendo una formazione biologica rappresentano al tempo stesso la dimensione personale dell’esistenza che difende la vita e cerca di allungarla perché c’è una vita sola buona o cattiva che sia? E perché non introdurre in premessa a qualsiasi legge che regoli le scelte di fine vita la necessità di un’educazione che dovrebbe concernere sia coloro che pensano la morte come naturale che tutti gli altri,l’educazione a pensare come si lasciano gli altri anche quando si sta elaborando il lutto per la propria morte?
Una tale proposta viene argomentata nel mio libro” L’etica del morire e l’attualità”Clueb editore ,Bologna,2009.
